domenica 13 agosto 2017

Why do you do this walk?

Quante risposte posso pensare per rispondere alla domanda :"why do you do this walk? perché lo fate? Perché camminate con gli asini?". Non c'è solo un perché, ma ho scoperto strada facendo che condurre gli asini fra la gente ha un alto valore sociologico perché gli asini producono sorrisi.
Questa è storia recente, ma per capire come mai sono io oggi a condurre Toni e AuroraAlba fra la gente devo partire da lontano.
Ho un chiaro ricordo dell'esame di riparazione che ho dovuto sostenere il primo anno di frequenza presso l'Istituto Fossati di La Spezia, dove allora insegnavano ai giovani come me a diventare ragionieri. Avevo 14 anni e la valutazione di fine anno mi vedeva respinto dalla stessa professoressa per le sue 2 materie d'insegnamento: scienze e geografia.
Posso dire che l'insegnante in questione non era affatto antipatica, mi piaceva la nitidezza con cui portava il suo sapere nell'aula e mi piaceva anche il suo modo di trattare gli studenti poco curiosi, con cinismo e rudezza. Però mi perdevo nel suo sguardo, nei suoi grandi occhi che mi penetravano insinuando le domande in una parte così recondita di me che non riuscivo a cavare la voce per rispondere. Lei sapeva che ero un ragazzo tutt'altro che scapestrato e che potevo ben figurare fra i buoni studenti, ma fra di noi c'era uno scoglio per me insormontabile. Per cui, nonostante avesse cercato di ammorbidire il suo padroneggiamento nel tentativo di pormi in qualche modo a mio agio, alla fine dell'anno scolastico non poté far altro che rimandarmi alla sessione di recupero di settembre.
E quella mattina, all'esame di riparazione, come al solito non riuscii a rispondere con voce a nessuna delle sue domande. Mi ero applicato per tutta l'estate, studiando con l'aiuto di Rino il postino, grande amico di mio padre, il quale si era reso disponibile ad accompagnarmi nella preparazione estiva e nelle ore pomeridiane, dopo aver terminato il giro della posta, veniva a casa per interrogarmi. Ma quella mattina di settembre nulla uscì dalla mia bocca, le parole rimasero impigliate fra la lingua e il palato, fino a svanire in un silenzio sacrificale. L'insegnante era sconfortata, anche per lei era una sconfitta non riuscire a cavare da uno studente nella media una voce sui suoi insegnamenti... forse era in questo modo che intendevo rovesciarle addosso lo scoglio che ci separava. Ma prima di bocciarmi fece un ultimo disperato tentativo e mi disse sospirando :"parlami dell'argomento che vuoi". Non mi aspettavo che potessimo arrivare a tanto, fino a duellare all'arma bianca, e sorpreso indugiai fra me e me. Alla fine, con grande sollievo da parte di tutti e due, mi decisi per 4 parole :"I moti della Terra". Tuttavia non mi fu facile ingranare il discorso per cui cercai di aiutarmi con le movenze del corpo. Prima fu la mano destra, con l'indice ritto verso l'alto, che prese a descrivere una rotazione su se stessa, proprio come fa la terra nel moto intorno al proprio asse. Poi, per considerare il moto fra gli altri corpi della Via Lattea dovetti alzarmi dalla sedia roteando con tutto il corpo fra i banchi finché la mia parabola celeste non mi portò vicino alla porta che riuscii ad aprire e senza smettere di volteggiare lasciai il mio sistema solare e l'insegnante che rimase da sola alla scrivania con aria basita a causa di quella iperbole che dapprima l'aveva stupita ed infine abbandonata senza soddisfazione.
Ma ancora prima di quell'episodio significativo, quando avevo 7 o 8 anni, ricordo che mi piaceva dire che un giorno sarei andato in Cina a piedi, ma solevo dire anche che da grande mi sarebbe piaciuto fare il notaio.
Niente di questo si è realizzato, ma posso ammettere senza scuse che non studiavo abbastanza e la scuola non mi soddisfaceva. Allora partii volontario per intraprendere una carriera lavorativa nelle Forze Armate, ma anche questo non mi soddisfaceva. Una volta ottenuto il congedo, al termine della ferma obbligatoria che avevo sottoscritto, ecco il primo tentativo di vagabondaggio, una scelta istintiva più che ideale, senza un reale progetto, piuttosto il grido di protesta di un giovane che doveva ancora compiere 21 anni e ne aveva già vissuti tre e mezzo subordinato ad un regime disciplinare innaturale. Ma anche questo non mi portò soddisfazione a lungo termine e così il ritorno sui passi conformi. Un anno di esperienze in diversi campi lavorativi e poi l'attività commerciale come tentativo di realizzazione autonoma. 5 anni trascorsi sperimentando intorno ad una identità impassibile. Per fortuna qualcun altro si propose di prendere il mio posto in vece di commerciante ed io potei di nuovo alzare la mia voce di vagabondo. L'ancora che mi trasse in salvo questa volta mi arrivò dal mio più caro amico che mi portò con sé attraverso il Teatro. Anni coraggiosi per me, la realizzazione di un sogno, una vita diversa, espressione di creatività vagabonda e devozione per la cooperazione e la condivisione. Oggi cammino con gli asini. Perché lo faccio mi si domanda. Potrei rispondere che è una scelta e dare a questa scelta tante diverse motivazioni, ma forse è più giusto osservare questo atto come una conseguenza del percorso della mia vita. 
Tanti che incontriamo oggi sui nostri passi ci dicono con una sorta di ammirazione :"anch'io vorrei staccare la spina e fare come voi!".
Certamente è possibile, tutto è possibile! Ma non si tratta solo di staccare una spina e attaccarne un'altra. 
La vita mi ha allenato a vivere con poco, con pochissimo. Ho dovuto imparare presto a rinunciare  alle cose. È chiaro a tutti che ogni cosa ha un costo e questo costo richiede energia e tempo. Il modo con cui impiegavo il mio tempo non mi portava denaro di conseguenza ho dovuto imparare a fare a meno di tante cose materiali.  Oggi non posseggo quasi niente e la mia vita costa poco, ma non ho rimorsi.
E come un vagabondo gestisco il tempo a mio piacimento, ho raccolto le mie poche cose e mi sono messo in cammino. 
Ma non sono solo, con me c'è Helena e ci sono Toni e AuroraAlba. Insieme attraversiamo l'Europa, a piedi, piantiamo alberi e seminiamo sorrisi. I nostri amici amati vivono in Italia e in Svezia, in mezzo c'è un lungo corridoio, un corridoio di uomini e donne che ci accolgono a braccia aperte nelle loro case.
Accolgono Toni e AuroraAlba, io e Helena camminiamo con loro e loro producono sorrisi. Questo è quanto e può bastare.

giovedì 3 agosto 2017

Fermo davanti all'oblò della lavatrice

Qualche giorno fa, a Ødis Brandrup, ero fermo davanti all'oblò della lavatrice aspettando che finisse il programma di lavaggio. Quando sono entrato nella lavanderia, sul display lampeggiava un giallo numero 3. Cosa faccio? Aspetto? o torno nella sala da pranzo dove il convivio continua? No, aspetto. Sono solo 3 minuti... Ma 3 minuti davanti ad un oblò muto sono interminabili!
Credo che ogni passo di Toni o di Aurora Alba è di per sé radicale, in perfetta simbiosi con il tempo ed oggi sono fermamente convinto che è perfettamente inutile cedere all'idea d'affrettarci quando la drammaturgia del nostro cammino gode di questi sostegni ineluttabili. Con la certezza d'essere sempre nei giusti passi entriamo nelle case dei nostri ospiti.
L'anno scorso succedeva che ogni sera bussavamo ad una porta per domandare aiuto, chiedendo un prato erboso per AuroraAlba e Toni e un po' di fieno per la notte. Lo facciamo anche quest'anno e muovendoci attraverso le campagne riusciamo ogni giorno a trovare le persone che sono felici di poterci aiutare, di fatto, le nostre richieste appaiono come poca cosa e  facilmente esaudibili, anche se per noi rappresentano l'indispensabile per poter proseguire il cammino. E continuiamo a stupirci per la lieta accoglienza che ci aspetta, ogni giorno diversa ma carica di spontanea generosità. Mi domando se ciò è dovuto al carattere fuggente e verace che veste il nostro caravan camminante, di cui è determinante la presenza degli asini. Keld, a Tødbjerg, con un sorriso da bambino stampato sul suo viso ce lo ha detto chiaramente :"quando ho alzato lo sguardo dal lavabo, fuori dalla finestra, ho visto 2 asini! non voi". Tutto accade in una sera, domani già cammineremo via, per cui l'ospite ha questo tempo a disposizione per offrirci quello che può, noi lo ricambiamo con la presenza di due creature straordinarie, Toni e Aurora Alba, che pascolano vicino alla sua casa  e con i chilometri che abbiamo percorso.  Sovente ci ritroviamo seduti alla stessa tavola per desinare e raccontarci a vicenda della vita, mentre la lavatrice, in un'altra stanza, lava i nostri panni sporchi. Così il cammino non è solo nostra esperienza ma diventa area di condivisione.
Quest'anno il fatto che sul nostro cammino andremo ad incontrare l'Inverno porta con sé nuove incognite e nuove idee e una consapevole fiducia: è il tempo  l'entità che sostiene i nostri passi. Come vivremo logisticamente i suoi giorni non lo sappiamo, non abbiamo nessun piano. Ma camminiamo verso sud seguendo la via Asina, la via che abbiamo tracciato l'anno scorso con la semina degli alberi e anche se di tanto in tanto cambieremo strada, torneremo sicuramente ad incontrare la maggior parte degli ospiti che l'anno scorso ci hanno accolto e sono diventati nostri amici. Questo speriamo possa facilitarci nell'affrontare la stagione invernale. Intanto abbiamo smesso di usare un allarme per svegliarci, lasciando che sia il tempo della notte ad accompagnarci al risveglio mattutino. E facendo tesoro di quanto il tempo ci suggerisce abbiamo capito che la percorrenza quotidiana ideale, per il nostro caravan camminante, è di 15 chilometri, anzi meno ma non più di quelli. Dentro un giorno in cui noi 4 camminiamo una distanza di 15 chilometri c'è lo spazio per tutto quello di cui abbiamo bisogno. C'è lo spazio per gli uomini e c'è lo spazio per gli animali, c'è lo spazio per affrontare gli ostacoli e per incontrare le persone lungo la strada. Dopo 15 chilometri camminati ad andatura d'asino abbiamo ancora spazio ed energie sufficienti per prenderci cura della socialità e dedicarci al dialogo con le persone che ci ospitano presso la loro casa. Ed è proprio parlando con le persone, ogni giorno diverse, che mi rendo conto che, procedere​ attraverso i giorni ad andatura d'asino, oggi, è un privilegio raro.
Un giorno che eravamo ancora in Northgyllan, ci è capitato di camminare in un sentiero sottobosco, una perfetta connessione fra 2 tratti asfaltati che sulla mappa incrociavano un chilometro più avanti. Una scorciatoia morbida e ombrosa, una gioia per gli zoccoli e per le anime. Giunti al margine del bosco, a poche decine di metri dal nuovo tratto asfaltato però, il sentiero continuava attraverso un centro di equitazione con cavalli di alto livello e cavalieri di un certo rango. Siamo stati respinti da uno di loro che non ha voluto che gli asini apparissero ai cavalli. Sembra strano ma la realtà è questa: tanti cavalli si spaventano alla vista degli asini, noi lo abbiamo imparato strada facendo e così quando arriviamo in prossimità di recinti dove pascolano cavalli siamo sempre attenti e se, come in questo caso, qualcuno sta cavalcando, uno di noi si fa avanti ad avvertire le persone del nostro arrivo. Così è stata Helena ad andare a parlare con i cavalieri che trottavano nell'arena mentre io, Toni e AuroraAlba ci siamo fermati nell'ombra dei faggi a dovuta distanza e non visibili. "Impossibile passare, gli asini devono tornare indietro!" La mia prima reazione non aveva un colore pacifico, ma Helena mi ha illuminato con un rimprovero azzeccato: "C'è sempre una ragione per ogni passo che facciamo". Ed è proprio vero. In questo senso sono certo che ogni passo è sostenuto dal suo tempo, e non si torna mai indietro, semplicemente si prosegue in un'altra direzione. A posteriori, non posso che pronunciarmi con gratitudine verso quel cavaliere il quale, quel giorno, rimandandoci indietro nel bosco, ci ha messo sulla giusta strada.
Forse raggiungeremo in tardo autunno il sud della Germania e da lì, a seconda delle condizioni meteorologiche, avanzeremo fra soste di più giorni, fermandoci là dove troveremo situazioni in cui potremo in qualche modo scambiare il vitto e il riparo per Toni e AuroraAlba e, così facendo, punteremo con prudenza, il cuore della Svizzera dove ci aspetta il Lucomagno .



martedì 18 luglio 2017

Chiaro cappello




Tadaaaah. Ho un nuovo cappello.

Me lo ha regalato Sigrid a Hyllestedt Skovgaard. Ho dimenticato il mio vecchio berretto a Nørager e gli ultimi tre giorni mi sono riparato dal sole con una maglia annodata sulla testa. Sigrid mi ha portato tre cappelli fra cui scegliere: un berretto rosso con la visiera e la scritta Ferrari in giallo, un secondo berretto uguale ma di colore nero e il mio nuovo cappello che ho scelto, bianco, anzi, chiaro. Chiaro e per la verità, facilmente insozzabile, ma come ho detto a Sigrid: "this is my stile", sobrio e blando.
Qui in Danimarca è facile comunicare, tutti parlano inglese ed io riesco a farmi capire anche con il mio inglese scalcinato.  "Can I speack English? Of course we can" queste sono le prime battute quando entro in un cortile per chiedere un po' di acqua per Toni e AuroraAlba o un posto per la notte.
Sigrid e Peter hanno due figlie, Thyra e Sif, rispettivamente 8 e 5 anni, capiscono e parlano danese e inglese e anche un po' il francese per via delle origini canadesi del nonno materno. La mia famiglia non è multinazionale così mi è stato trasmesso solo l'italiano, e negli anni in cui ho frequentato la scuola dell'obbligo, il ministero dell'istruzione aveva in serbo buone persone volenterose che insegnavano la cultura, però, specialmente nella scuola media del piccolo paese in cui sono cresciuto, l'insegnante di inglese era molto originale ma poco preparata. Così l'inglese che mastico oggi l'ho imparato strada facendo da quando ho cominciato a mettere i piedi oltre confine.
In una cucina, a Mols, ci ritroviamo a cena con Christine, il suo compagno Simo e due cantanti/attrici, Mykalle del Quebec e Nini, danese. Simo è un uomo di 41 anni di origini marocchine. I suoi genitori sono emigrati in Europa dove lui ha vissuto la maggior parte della sua vita, 35 anni in Belgio, in una cittadina provinciale del sud, e 3 anni in Danimarca, alternando a questi 2 periodi una breve permanenza nel suo adorato "Morocco". Simo denuncia apertamente lo stile di vita dell'Europa che lui conosce, uno stile di vita che non gli piace, incline al capitalismo. Denuncia la mancanza di un reale scambio di sentimenti e di emozioni fra gli autoctoni e quelli che come lui sono originari di altri paesi. È stanco, dice, a 41 anni, di sentirsi ancora diverso, sentire su di se gli sguardi della gente che non è capace di riconoscerlo per quello che è, un uomo, ma di dover continuare a giustificare la sua presenza, nell'Europa odierna, a causa della sua apparenza, seppure conforme. "The problem is the education, the danish are racists". Sono parole forti quelle che Simo mette sulla tavola.
Educazione, intesa come istruzione, che fa acqua penso io, intolleranza verso chi è diverso...
Quale importanza abbia l'istruzione per il progresso civile della società umana lo sappiamo tutti, ma siamo sicuri che i metodi con cui divulghiamo l'istruzione siano giusti? Io non sono un uomo che ha avuto un buon rapporto con la scuola, non sono riuscito nemmeno a conseguire il diploma delle scuole superiori. Svolgendo il servizio militare come volontario ho conseguito un attestato di studi che non so nemmeno se equivale al diploma, non mi ha mai interessato veramente e oggi è parte di un passato che si è allontanato da me scavando più di un fossato fra di esso e il mio presente. Ma la testimonianza di Simo è forte, con essa lui denuncia l'Europa e i suoi abitanti ed anch'io mi sento sotto accusa. Io che oggi cammino con Helena Toni e AuroraAlba attraverso la stessa Europa. E mi domando perché è così fragile la relazione fra gli esseri umani, dopotutto in Europa l'istruzione è garantita a tutti, ma allora perché non riusciamo ad oltrepassare certi limiti?
Nel gennaio di quest'anno sono rientrato in Italia volando da Göteborg, perché dovevo rinnovare il passaporto. 
Sono rimasto solo 3 settimane e poi sono ritornato volando in Svezia, per prepararmi al cammino in cui siamo ora impegnati.
Bastano queste ultime righe per aprire una riflessione sulla curva evolutiva dell'uomo, ma se cominciassi a scrivere di questo rischierei di intrigarmi in una retorica paradossale. Comunque mi permetto una piccola parentesi, se scrivo che un uomo cammina dall'Italia alla Svezia questo appare quasi impossibile o comunque strano, al contrario, se scrivo che un uomo vola dall'Italia alla Svezia questo appare del tutto normale, anche se sappiamo bene tutti che l'uomo non è capace al volo. 
Helena, nelle ultime notti di questi giorni ha sognato più volte di volare, ma volare per davvero, con il suo corpo che si solleva da terra e comincia a volteggiare nell'aria. Penso che solo in sogno è possibile farlo.
Ma torniamo all'istruzione, a gennaio, come ho detto, sono rientrato in Italia, e una sera mi sono ritrovato nella cucina di Albiano Magra, con Giovanni e Samuele. Samuele stava studiando un capitolo della storia d'Inghilterra. (In gennaio Samuele frequentava la seconda classe delle scuole medie). Il riassunto di un periodo in cui la dinastia reggente ha visto alternarsi al potere fratelli e sorelle con idee politiche e religiose opposte. Un'alternanza al potere con conseguenze tragiche. Una parentesi storica fatta di combattimenti oppressione decapitazioni e impiccagioni dei rispettivi oppositori, sia politici che religiosi. Chi saliva al potere in sostanza, faceva strage di tutti quelli che non la pensavano come lui, con tanto di decapitazioni pubbliche. Ne più ne meno di quanto succede oggi, non in Inghilterra, ma neanche tanto lontano. Solo che oggi il racconto storico si è affinato con l'utilizzo del video e così ci sono arrivate direttamente in casa le immagini delle decapitazioni effettuate dai combattenti dello stato islamico. Vedere una decapitazione in video rende l'esperienza tangibile e fa più male delle parole scritte. Tuttavia dai libri di storia impariamo fin da piccoli, con metodo e senza nessun impatto emotivo, di guerre ed uccisioni. Ed è proprio attraverso la storia tramandata da generazione a generazione che acquisiamo quei modelli che fondano le culture, sono modelli che consolidano le abitudini perché sono modelli ripetibili.

Questo mi da da pensare.......

Penso che fino alla fine degli anni '60 e gli inizi degli anni '70, qui in Danimarca, essere omosessuale era proibito e chi veniva allo scoperto finiva in galera, penso che fino al 1946 in Italia le donne non avevano diritto al voto, penso che fino a pochi decenni prima le donne non avevano, se non in casi eccezionali, una voce pubblica, penso ai Paesi e le culture dove ancora oggi la donna è considerata al pari di una sottospecie.... penso che l'istruzione ci ha aiutato a fare buoni passi in avanti ma penso anche che la storia che per generazioni ci è stata tramandata e sulla quale si fondano le nostre culture e le religioni, è una storia parziale, una storia a cui manca, ad essere buoni,  almeno il 50% di voce e di verità, una storia raccontata solo dagli uomini, da pochi uomini. E così io penso che non è un caso se la storia racconta soprattutto di conflitti conquiste e uccisioni dopotutto ancora oggi, fra tanti uomini, succede che la cosa più importante è chi ce l'ha più grosso.

Ma attenzione! (e per questo mi scuso anticipatamente) Non prendete per vero quello che scrivo, io non ho studiato abbastanza per parlare delle cose vere quindi vi suggerisco di approfondire le vostre conoscenze prima di reagire a queste righe o trarre conclusioni.
Volevo solo fare omaggio al mio nuovo cappello e ho divagato.
Oggi lo indosso, anche se sulla mia strada il vento soffia e soffia e me lo fa volare via. Lo raccolgo sulla strada e me lo schiaccio bene sulla testa, ma il vento ritorna a mani basse e all'improvviso lo smanaccia e lo fa volare un po' più in la. È un ingaggio giocoso che si mette in moto e per un po' ci sto, ma non sono qui per giocare, sono qui per camminare e così dopo un paio di folate mi ficco in tasca il mio buon cappello e proseguo.
Educazione, istruzione, abitudini, cultura, cucite insieme da un filo rosso diventano un buon cappello, sono parole che definiscono fondamentale sustanza. Fondamenti di un processo che ci permette di interagire socialmente nel mondo. 
Oggi, mentre cammino insieme a Helena, Toni e AuroraAlba attraverso l'Europa, potrei essere catalogato come un anticonformista, ma quel suffisso anti a me non piace e così preferisco considerare piuttosto l'eccezione, anche se mi sta scomoda, perché è la solita eccezione che conferma la regola, pur offrendo uno spiraglio possibile per l'ispirazione. Oggi penso che tante delle abitudini che abbiamo acquisito, non sono buone, quelle stesse abitudini che sono i mattoni della cultura, quelle stesse abitudini che formiamo con i nostri metodi di insegnamento e di studio. Quelle stesse abitudini a cui ogni buon individuo ben educato si conforma accettandone anche la criticità.
Oggi, anche se il cielo è nuvoloso e il sole non brucia, io mi metto sulla testa il mio nuovo cappello chiaro, sobrio e blando che Sigrid mi ha regalato, perché oggi non c'è vento a soffiarlo via.

giovedì 6 luglio 2017

Nørager

aeselfreaks.dk


Nørager è un piccolo paese dove vivono circa 300 persone, situato nello Midtjylland, a nord ovest di Grenaa. Qui la terra non è buona , è soprattutto sabbia. Negli anni settanta veniva venduta a buon prezzo e a Christiania, la città libertaria sorta in una zona centrale di Copenhagen, comparvero annunci che dicevano "se volete andare a vivere in campagna andate a Nørager, lì svendono la terra" E così accadde che nel decennio fra il 1970 e il 1980 circa 200 famiglie hippie mossero verso quel territorio svalutato. Ora la terza generazione discendente da quei giovani hippie vive ancora in questa campagna, i giovani hippies di allora sono nonni overseventy, e l'atmosfera che si respira è di cordialità, comunanza e condivisione. Così qualcosa ha funzionato, anche se a detta di qualcuno, tanti sogni sono ritornati chiusi in fondo ai cassetti.
Eravamo a Lime quando abbiamo incontrato Søren, anche lui oggi è un nonno hippie ed è grazie a lui se siamo arrivati a Nørager. Si è avvicinato nel suo incedere da cowboy e ci ha detto :"have you meet aesel folk?" Helena gli ha risposto "Yes, but not here in Denmark." E così Søren ci ha detto :"you should come to my place, my nebours have donkeys".
Ci ha lasciato un foglietto con su scritto il suo indirizzo e il numero di telefono poi è salito in auto e se ne è andato. Noi siamo rimasti così con il grande dubbio "che cosa facciamo?" Rispetto a Lime, Nørager è situato 20 km a nord est, il nostro piano per l'indomani è di camminare in direzione sud est verso Feldballe...
Decidiamo di non decidere stasera cosa fare perché io ho anche un malessere diffuso nel corpo, lo stomaco non vuole digerire e mi si è indurito il collo, meglio dormirci sopra e riparlarne domani a colazione. E con questo mi sono buttato sulle tavole del schelter nel giardino di Elle e Jørn e mi sono addormentato senza prendere la cena. A colazione, nel sole di un mattino sereno, Helena invia un sms a Søren dove scrive che oggi cammineremo fino a Nørager, anche se la mappa ci avverte che sarà una tappa lunga. Saranno 26 i chilometri per arrivare fino a casa di Søren con 2 pause lunghe per far riposare Toni e AuroraAlba. La prima a casa di Betty, una signora di 80 anni che ci offre un bel prato rigoglioso per loro e invita noi a bere un caffè nella casetta di vetri in giardino. Chiacchieriamo con Betty per più di un'ora, ci fa vedere il laboratorio dove ci sono 12 telai di legno per la tessitura. Qui, una volta alla settimana 12 donne si ritrovano per tessere trame bellissime. Però ora per Betty e le tessitrici è giunto il momento di traslocare, Betty, a due anni dalla morte del marito, ha deciso di vendere la casa e spostarsi in una abitazione più piccola, risolvendo tutto in famiglia, con uno scambio equo con uno dei suoi figli. Ed anche il coordinamento dell'attività di tessitura, dopo più di vent'anni, lo passerà in compito ad una amica più giovane. La seconda pausa la facciamo invece nell'ombra di un bosco da cui però dobbiamo fuggire dopo mezzora a causa dei tafani e delle zanzare che innervosiscono tutt'e quattro. Arriviamo a casa di Søren alle 19,30, siamo stanchi ma rilassati, perché abbiamo imparato che c'è una buona ragione per ogni passo che facciamo. E Nørager è una buona ragione. Quando siamo entrati nel piccolo abitato abbiamo visto l'insegna di una caffetteria e una bottega di alimentari che in realtà è un minimarket rifornito in ogni reparto. Abbiamo sussultato di felicità perché è raro in questo nord trovare nei paesini delle attività che vitalizzano il luogo come un bar o un market. Veniamo a conoscenza che davanti al minimarket è parcheggiata un'auto che tutti i paesani possono prenotare ed utilizzare. Piccole dimensioni ma un grande pensiero.
Rimaniamo 2 notti a casa di Søren, non abbiamo tanto tempo con lui e Karin perché un virus intestinale li costringe a rimanere chiusi in casa, però scambiamo qualche parola con Søren, parliamo di musica e di vita e percepiamo latente la sofferenza di un poeta che con disperazione continua a scrivere canzoni che esaltano la pace e l'amore.
Ma ancora più sorprendente è l'incontro con Birgitte e Peter, i vicini di Søren. Da 13 anni operano la onoterapia con i loro 6 asinelli. Appena arriviamo da loro ci invitano a prendere un caffè nello spazio di lavoro, un'ampia stanza senza soffitto con travature a vista che sorreggono il tetto dal pavimento, ricavato da quella che in un tempo anteriore era la stalla delle mucche. Insieme a noi c'è Nette, una ragazzina di 15 anni che una volta alla settimana viene qui per prendersi cura degli asini, e Sita (Concita) una asina di vent'anni. Sita è come Toni, mentre beviamo il caffè lei gira intorno alla tavola elemosinando quello che noi mangiamo, anche se ha una bella cesta di fieno per sé. Questa è un'ulteriore conferma che gli asini sono molto attratti dalle preparazioni culinarie degli esseri umani. Lo spazio in cui ci troviamo è reso inusuale proprio dalla presenza sottotetto di Sita. È uno spazio vuoto, simile ad una delle tante stanze in cui, per esempio, gli artisti teatrali si chiudono per creare ed allenarsi. L'odore  nell'aria è umido e morbido anche se il pavimento è di cemento vecchio e duro. Questo spazio in particolare è tiepido e confortevole, intorno non aleggia nessuna aspettativa ma si respira una forte presenza e le mie spalle si adagiano in riposo.
Dopo aver bevuto il caffè partecipiamo al tempo lento degli asini e alla loro famigliarizzazione. Ma Birgitte è un po' preoccupata e preferisce tenere i branchi separati dal filo elettrico. Toni e AuroraAlba e i 6 asinelli di casa, saranno così, per 2 giorni, cordiali vicini.
Birgitte, domani mattina, andrà alla scuola dove insegna, per l'ultima volta. Siamo arrivati proprio in concomitanza del suo pensionamento. Da domani la sua vita subirà un cambiamento importante. Noi siamo qui con AuroraAlba e Toni. Birgitte si innamora di Toni e anche Katia, una asinella di 6 anni. Stiamo altre 2 notti qui. Il venerdì pomeriggio torniamo a casa di Søren per il consueto appuntamento settimanale di jam musicale. Un festoso raduno di amici in musica. Ascoltiamo una bella cover del brano di Gyllian Welsch "everything is free" che ci accompagnerà nei giorni a seguire. Ma a cena siamo di nuovo con Birgitte e Peter, sono felici di ospitarci e noi siamo felici di poter stare con loro, parliamo ovviamente di asini, spolverando tutti gli aneddoti delle nostre relazioni con i nostri amici a 4 zampe. Per Peter e Birgitte è importante confrontarsi con qualcun'altro che come loro vive insieme agli asini​, qui in Danimarca la voce dei cavalli è dominante ed è difficile per loro ottenere il riconoscimento del loro operare quotidiano, soprattutto rispetto all'inquadratura nelle attività di aiuto e terapia.
Anche se qui stiamo comodamente bene, sabato intendiamo rimetterci in cammino. Anche il meteo volge al sereno. Ma con Nørager non è ancora finita: Annette, che di mestiere fa l'insegnante di canto e ritmica ci incrocia per strada, mentre camminiamo verso la casa di Søren, ferma la sua auto sul lato della carreggiata e ci viene incontro con un grande sorriso per invitarci alla festa del suo compleanno, Sabato, dalle 13.00, a Las Vegas.
E così sabato mattina ce la prendiamo comoda, tardiamo la nostra partenza da casa di Birgitte e Peter prolungando la colazione in 2 tempi, intervallati con la passeggiata fra i corridoi erbosi degli asini per raccogliere la cacca della notte. Attività che, se svolta lasciandole il tempo di accadere, sottende un ponte introspettivo che conduce ad un assoluto sollievo.
Intorno alle 13 abbiamo gli zaini in spalla, Birgitte e Peter hanno assistito alla nostra lenta vestizione seduti a braccetto sulla panchina da giardino ed ora, con i saluti, affiorano le lacrime negli occhi.
Arriviamo a Las Vegas intorno alle 13,30.
Las Vegas è una casa appartata, un chilometro fuori dall'abitato. In passato qui si giocava d'azzardo e si racconta che tanti farmer hanno perso le loro fattorie e qualcuno si è pure giocato la moglie. Forse sono solo leggende, già ascoltate in altri luoghi del mondo o forse è la storia che si ripete, e qui la storia racconta di un luogo dove si scommetteva pesantemente che ora è stato trasformato in un centro polifunzionale dove si praticano attività creative e culturali.  Canti, cibo, chiacchiere cordiali, musica e birra. Alle 15 salutiamo Nørager, salutiamo Søren, ma non è facile ripartire da qui, eppure il timing è indovinato. L'emozione di lasciarsi è ancora più forte di quella di trovarsi e scava profonda traccia. Arrivederci Nørager.

venerdì 30 giugno 2017

Impariamo giorno dopo giorno ad essere calmi, a non reagire prima di conoscere, ad assaporare lo scorrere delle ore e delle distanze.
Oggi sappiamo che partiremo quando saremo pronti per partire, che faremo le pause ogni volta che sentiremo la necessità di riprendere energia, che ci fermeremo per la sosta della notte in qualsiasi momento verremo invitati ad una dimora, che accetteremo aiuto tutte le volte che ci verrà offerto e che accoglieremo, come buon auspicio, di deviare il nostro percorso quando si presenterà un ostacolo o un proprietario terriero indisposto nei nostri confronti, perché la nuova via che ci troveremo a percorrere ci porterà anche oggi ad un incontro speciale.
Alla sera, quando siamo pronti con la cena e volgiamo al riposo,  guardiamo la mappa e scriviamo una traccia nella direzione in cui intendiamo camminare domani. Poi con le mappe satellitari scrutiamo le aree comprese fra il 13° e il 16° chilometro per individuare quelle architetture che assomigliano a fattorie. E così ci facciamo una idea di dove possiamo andare a bussare per il prossimo pernottamento. Questo è il nostro piano plausibile, perché camminare 15 chilometri in un giorno per noi è più che sufficiente. Il satellite però non ci dice se quei posti fotografati esistono ancora, se sono abitati oppure no e chi è che ci vive. Quindi il nostro piano in sostanza è virtuale, ma questo ci basta per indirizzare i nostri passi... il resto lo fanno Toni e AuroraAlba.
Con loro possiamo affrontare ogni giorno un nuovo cammino, certi di trovare entro sera un ospite pronto ad offrirci un lembo di prato dove poterci accampare, un rubinetto da cui prendere acqua e un'indicazione dove poter trovare un po' di fieno qualora lui non ne abbia in deposito. Questo è il nostro impegno quotidiano: portare Toni e AuroraAlba fra la gente e trovare un luogo adeguato dove possano riposare la notte e nutrirsi. Quando piove cerchiamo per loro anche una tettoia. Quando loro hanno avuto quello di cui hanno bisogno, per noi inizia un nuovo capitolo della giornata: l'incontro con il nostro ospite/i. Per questo continuiamo a portare con noi un giovane albero che lasciamo ad ogni nuovo ospite in cambio dell'ospitalità. Da qui, la drammaturgia dei nostri incontri si sviluppa in maniera sempre diversa e unica regalandoci sfumature e variazioni intorno ad una attitudine diffusa: aiutare il viandante che arriva in compagnia di un asino. Qualche giorno fa, Tom, un pedagogo settantaduenne in pensione, ci ha detto :"È speciale per me incontrare le persone che arrivano camminando perché io vorrei essere colui che arriva camminando. Però ora per me è troppo tardi.... ma è sempre stato tardi nella mia vita perché c'era sempre qualcosa che dovevo fare prima".

mercoledì 28 giugno 2017

15° giorno di cammino

Italia, Svezia, andata e ritorno. 15° giorno di viaggio. Oggi siamo fermi a Nørager, un paesino della mitjylland danese. Due giorni fa abbiamo incontrato Søren a Lime, dove lui lavora, e subito ci ha invitato  a passare dove vive lui, appunto a Nørager. Ci ha detto che lui ha cavalli e i suoi vicini sono asinari. E ci ha mostrato sulla mappa dove esattamente si trova la sua proprietà. Nei nostri piani avremmo dovuto muoverci in direzione sud-est, da Lime  verso Feldballe, invece Nørager è situato a nord-est di Lime. Cosa fare in queste circostanze? Io ho detto con gentilezza a Søren che per noi questa deviazione significa aggiungere alla nostra previsione una cinquantina di chilometri, circa 3 giorni di cammino. E lui, con la pipa stretta fra i denti e lo sguardo obliquo su di me mi ha detto :"you don't seem to be buzy".
Ed eccoci a casa di Søren a Nørager. È stata una tappa lunga per arrivare qui, 26 km circa di cammino, ma quello che abbiamo imparato sui nostri piedi in questo anno e mezzo di nomadismo è che c'è sempre una ragione per ogni passo che facciamo.
E sono sempre buone ragioni quelle che accompagnano il nostro vagabondaggio con gli asini.
Siamo giunti presso la proprietà di Søren intorno alle 19.30, lui era ad aspettarci seminascosto nella penombra di una veranda.  Søren è un cowboy e un musicista, indossa il gilet sopra la camicia e un cappello a tesa larga. Il suo sguardo è ruvido e carico di malinconia, ma anche fragile e disilluso. E penso che è bello che siamo arrivati qui con Toni e AuroraAlba.
Ed ora noi 4 ci meritiamo un giusto riposo, per questo abbiamo deciso di fermarci qui per 4 giorni. Staremo 2 notti da Søren e Karin e altre 2 notti dai vicini asinari Birgitte e Peter. Oggi pomeriggio andiamo a conoscere da vicino gli asini di Birgitte e Peter e venerdì sera qui da Søren ci sarà musica dal vivo, come tutti i venerdì.
E questo venerdì ci saremo anche noi, venuti da lontano in compagnia due asini.

domenica 11 giugno 2017

Il giorno della partenza

Cosa significa per me questo nuovo cammino? Come mi preparo?
Sento che una parte di me è pronta ad inseguire l'infinito, un'altra indossa le vesti di paladino di pace. Ma un'altra parte di me, la più testarda, si prepara al fine di eccedere nella realtà per riuscire a violarne i confini che ho imparato.
Attenzione però, non mi sto accingendo a compiere un'impresa o a vivere un'avventura, come possono presumere le premesse tutt'altro, mi rimetto all'indicazione logica e conseguente del mio esistere come essere umano.
I preparativi per questo tipo di viaggio non hanno fine, c'è sempre qualcosa da mettere a punto, fino all'ultimo momento, ma so che quando giungerà il giorno della partenza, l'urgenza dei passi concreti spazzerà via ogni pensiero.
Ora però è il momento di salutare ogni amico. Sembra una stupidaggine, ma trovare il modo più adeguato per farlo, in tali circostanze, non è per niente facile.
Ecco cosa farò, verrò a voi in qualche modo, vi farò visita, ad uno ad uno, per dirvi "arrivederci", cercando di sintetizzare nel mio commiato tutti i sentimenti che provo per voi.
Anche se, dentro di me, sarò a conoscenza del fatto che questo nuovo cammino potrebbe essere senza ritorno e per questo motivo, quando vi dirò "arrivederci", mi vedrete abbassare lo sguardo e vi abbraccerò stretti. In me sarà forte il desiderio di rimanere abbracciato ad
ognuno di voi per sempre, sarò carico di incertezza e in essa tutte le mie emozioni si agiteranno.
Sto per partire, fra poco mi allontanerò da questa riva e da voi, questo è il dato di fatto. E per questo, quando partirò, piangerò dentro.
Ma è la mia stessa natura che mi vuole viandante e che rende tangibili questi sentimenti e che mi darà la forza di attraversare ancora una vota la nostra separazione.
E per questa stessa natura non posso far altro che alzare un'altra volta il calice e brindare insieme a voi in onore dell'amicizia e in onore della vita che oggi spalanca davanti a noi questa nuova via di semina.
“Sappi che oggi parto con addosso i panni di servo e di pastore, condurrò nei giorni a venire gli asini fra la gente. Con zelo e modestia mi dedicherò a questa missione perché loro incarnano la pace e suscitano letizia.
Arrivederci dunque amico mio!”
Allora, quando vi avrò salutati, sarò pronto per partire.

sabato 15 aprile 2017

preparativi


  
il basto: qualche pezzo in meno, tavole rinnovate, più leggero




nuovi paletti in alluminio per il recinto portatile elettrificato






Le scarpe di Aurora Alba e Toni create dalla maestria di Pietro e restaurate dalla selleria di Göteborg. Ora aspettano la nuova suolatura




domenica 2 aprile 2017

Ma è vero che gli asini sono testardi?










In mancanza dell'esperienza diretta, o per il fatto di non aver sostenuto studi specifici, spesso ci troviamo ad assumere un luogo comune come verità, anche se talvolta il luogo comune può essere inesatto.
La domanda che da titolo al post è una domanda ricorrente che le persone ci rivolgono quando ci incrociano per la strada insieme a Toni e Aurora Alba. È una domanda che il più delle volte ci viene rivolta con simpatia e gentilezza e alla quale non ci sottraiamo mai di rispondere in modo razionale.
Ma fino dove è in grado di condurci il nostro raziocinio?
Quale è la verità che siamo in grado di testimoniare?
Toni è un asino maschio (castrato) che quest'anno compie 10 anni. Aurora Alba è più giovane di 2 anni. Toni è nato e cresciuto fra i cavalli, in un grande allevamento del Nord Italia, Aurora Alba invece è nata e cresciuta nell'azienda agrituristica Montebaducco, in provincia di Reggio Emilia, il più grande allevamento d'asini d'Europa dove si produce il latte di asina.
Si sono incontrati per la prima volta il 2 aprile del 2014, nella fattoria di A Passo Lento, in provincia di Padova. Ricordo che Massimo Baccarin e Jessika Labrador li inserirono in un piccolo branco formato sul momento con alcuni dei loro asini, fra i quali anche uno stallone, Nerone. Non starò a raccontare tutte le dinamiche che accaddero nel breve tempo di socializzazione ma una cosa la devo sottolineare: Aurora Alba si è subito francobollata a Toni e fin da quel primo giorno insieme in un branco, sono diventati inseparabili.
Tutto questo per dire che Toni e Aurora Alba sono due asini molto affiatati ma hanno pochissime cose in comune, per essere comprensibili, senza scendere in dettagli, possiamo dire che hanno due caratteri molto diversi.

Tuttavia, per rispondere alla domanda :”ma è vero che gli asini sono testardi?” mi faccio aiutare anche questa volta dalle letture che mi sono venute incontro negli ultimi mesi. Ho già fatto riferimento nel post del 21 marzo al libro “Siamo così intelligenti da capire l'intelligenza degli animali?” scritto da Frans de Waal, edito da Raffaello Cortina Editore
ora gli affianco, in una sorta di lettura comparata, il libro scritto da Marco Baston “LA SOGLIA DELL'ENERGIA – Oltre la Tensegrità: lo Sciamanesimo Tolteco nella pratica quotidiana” , edito da BioGuida Edizioni.

Il libro di Marco Baston è un manuale delle tecniche dei Toltechi, una raccolta di pratiche “Nagualistiche” che l'autore ci offre generosamente.
Il Nagualismo pone le sue basi sul principio che l'universo sia un insieme di campi di energia, percepibile direttamente da noi tutti, quando oltrepassiamo i limiti imposti dall'interpretazione. I Toltechi svilupparono le tecniche per liberarsi da tali limiti, per consentire di riappropriarci di quanto più profondo ci appartiene: la totalità del sé. L'obiettivo dei loro sforzi è stato duplice: permettere il ricordo della propria natura energetica e utilizzare pragmaticamente la nuova visione della realtà.

Frans de Waal, dal canto suo, a chiusa del suo libro scrive:
Lo studio del comportamento animale è fra gli sforzi più antichi compiuti dall'uomo per capire il suo mondo. In quanto cacciatori-raccoglitori, i nostri avi avevano bisogno di conoscere in modo approfondito la flora e la fauna, comprese le abitudini delle loro prede. I cacciatori esercitavano un controllo minimo: prevedevano le mosse degli animali e restavano impressionati dalla loro astuzia quando riuscivano a sottrarsi alla caccia. Dovevano anche guardarsi a loro volta le spalle da predatori interessati a dar loro la caccia. A quell'epoca le relazioni fra uomo e animale erano abbastanza paritarie. Una conoscenza più pratica si rese necessaria quando i nostri antenati cominciarono a praticare l'agricoltura e ad addomesticare gli animali per ricavarne cibo e forza-lavoro. Gli animali divennero allora dipendenti da noi e soggetti alla nostra volontà. Invece di anticipare le loro mosse, cominciammo a sottometterli, mentre i nostri libri sacri parlavano del nostro dominio sulla natura. Entrambi questi atteggiamenti radicalmente differenti – quello dei cacciatori e quello degli agricoltori – sono riconoscibili nello studio della cognizione animale oggi. A volte vigiliamo su ciò che gli animali fanno di propria iniziativa, mentre altre volte li mettiamo in situazioni in cui possono fare ben poche cose oltre a ciò che noi vogliamo che facciano.
Con l'ascesa di un orientamento meno antropocentrico, tuttavia, il secondo approccio potrebbe essere in declino, o se non altro si potrebbero ottenere dei gradi significativi di libertà. Agli animali dovrebbe essere data l'occasione di esprimere il proprio comportamento naturale. Adesso stiamo sviluppando un maggiore interesse per i loro variabili stili di vita. La nostra sfida consiste nel pensare in maniera più simile a loro, così da aprire la nostra mente alle loro condizioni e ai loro obiettivi specifici, osservarli e capirli nei loro propri termini. Stiamo tornando ai nostri antichi comportamenti di caccia, anche se nel modo in cui si basa sull'istinto di caccia di un fotografo di animali selvatici: non per uccidere bensì per rivelare. Oggi gli esperimenti ruotano spesso intorno al comportamento naturale, dal corteggiamento alla ricerca di cibo agli atteggiamenti prosociali. Cerchiamo nei nostri studi una validità ecologica, e seguiamo il consiglio di Uexküll, di Lorenz e di Imanishi, che hanno incoraggiato l'uso dell'empatia umana come via per capire altre specie. Invece di fare dell'umanità la misura di tutte le cose, dobbiamo valutare le altre specie per ciò che esse sono. Così facendo, sono sicuro che scopriremo molte fonti magiche, comprese alcune che sono ancora al di là della nostra immaginazione.

Entrambi gli autori ci conducono di fronte ai limiti della logica e ci suggeriscono esperienze che possono permetterci di valicarli.
Per questo li ringrazio e da entrambi rincuorato ed incoraggiato provo a scrivere una risposta plausibile:
se un giorno, all'ora dell'imbrunire, sulla riva erbosa di un lago, mi dovessi ritrovare a parlare con Toni e lui mi dicesse
:”Vedo tanti uomini venirci incontro lungo la strada, guardano verso di me, li faccio sorridere. Poi si rivolgono a te e fra le altre cose ti domandano se sono testardo. Non ti ho ancora sentito pronunciare una risposta convincente a proposito, dimmi la verità, pensi anche tu ch'io sia testardo?
io gli risponderei
:”No Toni, non lo penso.
Penso che fra di noi la comunanza sensoriale è così improbabile che ci permette di compensare a vicenda le nostre lacune nel variegato habitat in cui conviviamo. I mezzi meccanici, le auto, gli autobus non ti spaventano, ma io so quanto possono essere pericolosi e per questo motivo, quando li incrociamo, ti sospingo a debita distanza, allo stesso modo io non ho paura di camminare su un ponte di legno, ma tu sai quanto può essere pericoloso attraversare il vuoto e mi inviti a fermarci. Questa premura vicendevole rispetto ai rischi che incontriamo giorno dopo giorno ci permette di convivere in armonia anche attraverso territori sconosciuti.
Come vedono i tuoi occhi questo mondo, come lo percepiscono le tue orecchie, come lo distingue il tuo olfatto, io questo lo ignoro e non posso fare altro che rispettare le tue scelte. Durante il cammino ho lasciato che scegliessi tu la strada qualche volta, perché era così limpida e fatale la tua decisione, e insieme abbiamo camminato bene, anche su sentieri e strade davvero difficili.
Ma in realtà ho quasi sempre deciso io dove andare, perché io mi sono assunto la responsabilità per l'incolumità del nostro caravan camminante.
Secondo il punto di vista razionale ho deciso io di compiere questo cammino, e in questo mio cammino ho coinvolto te.
Ma sono davvero io a decidere sopra a ogni cosa?
Quando attraversiamo le strade di un nuovo paese la gente ci viene incontro, vedo come ti guardano, i loro occhi sono solo per te, sono davvero curiosi, si avvicinano a noi solo perché ci sei tu. Se fossi da solo con il mio zaino nessuno mi prenderebbe in considerazione. Invece tu li attiri a te, qualcuno prova ad accarezzarti, ma se non sono bambini difficilmente ti lasci avvicinare. Eppure, nonostante il tuo rifiuto, ti sorridono e si rivolgono a me con spontanea gentilezza, perché io che cammino insieme a te, sono un uomo buono.


       Pietro Zeno

martedì 21 marzo 2017

L'empatia è diffusa

Sto leggendo il libro di Frans de Waal “Siamo così intelligenti da capire l'intelligenza degli animali?” edito nell'edizione italiana da Raffaello Cortina Editore.
Nel capitolo “La misura di tutte le cose” a pagina 171, sotto capitolo “sapere quel che gli altri sanno”, Frans de Waal scrive: L'empatia è un imperativo biologico.

Al ché io comincio a pensare all'empatia e penso che lo spettro di definizione dell'empatia è davvero ampio.
La definizione categorica di Frans de Waal è di fatto la sintesi di un breve paragrafo. Così scrive l'autore:

L'empatia umana è una capacità di fondamentale importanza, che mantiene la coesione di intere società e ci lega a coloro che amiamo e di cui ci preoccupiamo. Direi che è più fondamentale per la sopravvivenza che sapere che cosa sanno altri. Poiché però appartiene alla grande parte sommersa dell'iceberg – i caratteri che condividiamo con tutti i mammiferi – essa non riesce a procurarsi lo stesso rispetto. La parola empatia, inoltre, ha una sfumatura “emozionale”, qualcosa che la scienza cognitiva tende a sottovalutare. Non importa se sapere ciò che altri desiderano o di cui hanno bisogno, o come piacer loro o assisterli al meglio, sia probabilmente l'assunzione di prospettiva originaria, il tipo da cui derivano tutti gli altri tipi. L'empatia è essenziale per la riproduzione, poiché le madri dei mammiferi devono essere sensibili agli stati emozionali dei loro figli, quando hanno freddo o fame, o sono in pericolo. L'empatia è un imperativo biologico.

Per me è davvero difficile accerchiare con definizioni l'empatia, però comincio a pensare a Teatri del Vento e al mio amico Giovanni... penso allora che l'empatia si riversa nell'etica e invade la poesia, penso all'empatia come ad un agente positivo nella vita, di cui non ci si dovrebbe mai dimenticare (ammesso che si possa dimenticare).
Ricordo con un sorriso che nel 2009, in seno a Teatri del Vento decidemmo di dare vita ad appuntamenti di conversazione allargati ad un gruppo di amici affezionati e sostenitori delle attività dell'associazione, sotto il titolo di “Aria di Servizio”.
Ed uno dei primi temi intorno al quale ci ritrovammo a conversare fu “l'empatia”.
Oggi è il compleanno di Giovanni e per questo voglio dedicare questo post all'empatia e al mio amico. Auguri Gio.
L'empatia ha avuto un ruolo importante anche nel cammino che abbiamo compiuto nel 2016 da Albiano Magra a Göteborg ed è tuttora fulcro intorno al quale noi (con noi intendo il collettivo camminante di un attimo sto arrivando: Aurora Alba, Toni, Helena e il sottoscritto) coltiviamo il dialogo quotidiano per accrescere la nostra intesa e la comprensione dell'altro. Un dialogo che nel 2016, durante il lungo cammino, ha visto sviluppi inattesi sia fra i singoli componenti del nostro collettivo camminante sia con le persone che i passi ci hanno portato ad incontrare lungo la strada, le quali hanno mostrato di possedere una straordinaria sensibilità e la capacità di assumere empaticamente la nostra prospettiva di viandanti (di prospettiva empatica scrive frans de Waal).
Abbiamo ricevuto tantissimo aiuto e solidarietà, due componenti che ci hanno permesso di condurre a termine il cammino e che hanno avvampato la speranza di vedere all'orizzonte dei nostri giorni l'empatia diffusa e preminente.

Frans de Waal è etologo e primatologo di fama internazionale.
A proposito di empatia ha scritto un libro specifico: “L'età dell'empatia, lezioni dalla natura per una società più solidale” edito da Garzanti Libri. (Lo segnalo ma non l'ho ancora letto).

Pietro Zeno